venerdì 6 novembre 2009

Ti ho vista smarrita

Ti ho vista smarrita

in un orizzonte lontano,

mentre il mare trascinava via

i tuoi pensieri avvolti nel buio.

Eppure la luna ti baciava

con la sua scia argentea...

Tu, silente, smarrita nella profondita'

del mare.


La luna, silente e d'avorio,

brillante nei tuoi occhi

profondi come l'abbisso dei tuoi ricordi.


Potra' mai questo mare

raccontare i tuoi viaggi?

Potra' mai questa notte

donarti un sole brillante?


Tu sei la notte,

imperscrutabile come quest'onda

nel buio

che si abbatte sulla vita.


Se avessi potuto suonare i tuoi pensieri

sarebbero stati un blues soave,

un sassofono nella notte.


Mi sembra di vederti guardare ancora

il mare

e

attendere in quella notte

il sole che sara' brillante

come tutte le stelle

che quella notte brillavano

nel nostro cielo.

martedì 4 agosto 2009

Sei un sogno

Sei solo un'eco

che mi accarezzerà

donandomi un prezioso attimo

di sospensione

da questa landa senza sogni...


Sogno...


Sei una promessa,

sei i mille luoghi del mondo...

Chiudo gli occhi

e

mi sembra di palpare

l'attimo della nostra fuga...


Sogno...


Portami lontano

da questa gioia chimica,

da questa luce

che è

un neon disumano...


Sogno...


Immagino il vento

condurci via,

verso luoghi dove

potremmo essere...


Sogno...


Distesi in una verde brughiera

carezzati dal vento che è un canto...


Sogno...


Ti bacerò sul collo

mentre mi sussurrerai

che

il mondo è tutto per noi

e poi

guarderemo il cielo

e

t'insegnerò la libertà

e

mi insegnerai la libertà.

Sei il sole

Questa notte

corro lungo strade immerse

nel blue.

Ascolto i canti

degli uccelli notturni.

E' una ninnananna che mi culla...


Sereno...

una notte senza fantasmi.

Corro incontro all'astro

che

rosa pallido sorge.


Mi si dischiude un sorriso

all'albeggiare del tuo volto

nella mia vita.

martedì 21 luglio 2009

Frammenti, memorie, bozze e pensieri sparsi per il mondo (4)

Forse sarebbe meglio rassegnarsi, gettare la spugna, smettere di sognare; abbracciare il crudo realismo e rassegnarsi ai propri limiti.

Quanto può essere sfiancante l'inutile lotta contro le barriere che circondano il nostro io.


Rassegnarsi come l'ergastolano che smette di sognare il giorno della libertà che non arriverà mai.


Sembra solo un inutile spreco di energie intestardirsi e combattere un'inutile, logorante, guerra di trincea contro i propri limiti.

Non sarebbe più onorevole issare la bandiera bianca e arrendersi, prigioniero, al destino?


Sarebbe un inferno di grigiore, sarebbe ogni giorno un grigio giorno d'inverno. Ma quanto può essere stancante attendere la propria primavera che è come Godot.


Alzerei le mani in alto se l'orgoglio, la testardaggine, la voglia di vivere con la V maiuscola non me lo impedissero.

Sarebbe così semplice dirsi: "Basta, questa cosa non fa per me, mi arrendo."

Ma non ci sono mai riuscito. Non sono mai riuscito a giungere ad una tregua con me stesso, ché sarebbe una resa incondizionata.


Oggi mi sono fermato perché sto perdendo l'orientamento, non mi trovo più, mi sento smarrito e il mio animo è un aeroporto dove migliaia di aerei decollano e atterrano...


Meglio fermarsi... Mi sento paralizzato, mi sembra di non essere più in grado di procedere lungo la strada. Meglio rassegnarsi? Meglio invertire la rotta? L'orizzonte mi confonde...



dai taccuini Moleskine

luglio 2009

domenica 28 giugno 2009

Frammenti, memorie, bozze e pensieri sparsi per il mondo (3)

Mettersi in cammino ed esplorare l'immensa complessità dell'io. Per anni ho guardato fuori dalla finestra del mio studio, pochi metri quadrati ma un orizzonte infinito.


Il coraggio è raccogliere la sfida di mettersi in cammino e trovare la propria identità e la propria esistenza più reale, agognate per anni nel chiuso di una stanza che è ventre protettivo ma è anche prigione. Talvolta mi sembra di essere imprigionato.

Quale crudele carceriere si può essere di sé stessi.


Un'intera vita a lottare contro le catene che impediscono di camminare e raggiungere i più vasti orizzonti.


Talvolta ci si sente condannati in un processo kafkiano le cui motivazioni sono oscure e incomprensibili.


La più dura battaglia di liberazione è quella contro ciò che non si comprende... e talvolta mi sembra di non riuscire a comprendere me stesso...

Allora lancio uno sguardo fuori dalla finestra, immaginando di riprendere il cammino verso il mio io più reale.


Sono stanco di attendere, infinitamente stanco di quest'attesa logorante. Ho voglia di agire, di sentirmi scorrere le emozioni nelle vene, di respirare la brezza della gioia, l'odore della libertà, riempirmi i polmoni della serenità della consapevolezza che la propria esistenza è satolla di vita e di gioia.


dai taccuini Moleskine,

giugno 2009

venerdì 26 giugno 2009

industrial archeology (da Suburbs Revisited)


industrial archeology
Inserito originariamente da therestlesswanderer

A volte guardiamo i luoghi dove siamo cresciuti senza realmente percepirli. Percorriamo le stesse strade per anni senza mai capirle e interpretarle. Riscoprire e "rivisitare" i luoghi dove sono cresciuto per comprenderli è lo scopo del mio fotoreportage "Suburbs revisited".
Le strade e i luoghi della periferia rivisti e "rivisitati" dal mio punto di vista. Ho tentato di rivolgere uno sguardo libero da retorica (né la retorica positiva, ovvero l'oleografia della città del sole, né la retorica negativa, ovvero l'inferno) su un angolo di periferia nord di Napoli, cercando di cogliere aspetti inediti e particolari.

martedì 9 giugno 2009

Aspettando...

Questo racconto nasce da un soggetto per un cortometraggio. Correva l'anno 2003. Ho rivisto ciò che avevo scritto sei anni fa e ho cercato di tirarne fuori un racconto. L'idea di fondo e la tematica sono le medesime, ho cambiato il linguaggio e lo stile. 



La stanza è avvolta in una penombra triste. Una lampada dal paralume scarlatto riverbera chiarori purpurei che mostrano appena dei dettagli del grande quadro dal malinconico paesaggio agreste appeso alla parete sopra al letto. La grande libreria ricolma di libri domina la stanza con la sua oscura, spaventosa, mole. 

Il televisore è acceso ed è sintonizzato sul programma di uno squallido zerbino del potere che striscia viscido al cospetto di quattro politici di turno.

Sul letto è disteso Giovanni, muto; giace in silenzio disgustato dal misero spettacolo che la vita propone.

Giovanni spegne la tv, rassegnato: il mondo è stato, è e sarà il solito squallido teatrino dei burattini.


Giovanni sente le forze venirgli meno, è avvolto da un torpore che vorrebbe divenire oblio. Giovanni vuol dimenticare il proprio passato: il lutto in famiglia, la timidezza, gli anni della scuola, l'esclusione, gli amori falliti, le paure. Giovanni berrebbe il Lete ad avide sorsate.


Sembra giungere il sonno ma è un sonno inquieto e inquietato da fantasmi antichi. Giovanni si ritrova per un attimo adolescente, triste e solitario; così sobbalza e si sveglia di soprassalto.


Fuori spira il vento ma Giovanni non può saperlo, Giovanni è chiuso in camera, aspettando...

Aspettando l'estate, aspettando la vita. Allora riuscirà ad uscire da quelle stanza dove ora è rinchiuso. Per il momento non è capace di lasciarla, teme una catastrofe al solo accenno di un passo al di fuori di quelle mura.


Giovanni aspetta il riscatto, teme di non ottenerlo mai. Giovanni aspetta la vita ma ha paura di perderla, così la smarrisce. Giovanni ha paura del tempo, ha paura di non riuscirlo ad agguantare.


Giovanni cerca inutilmente di riaddormentarsi, chiama una vecchia amica.


"Pronto."

"Pronto."

"Giovanni?"

"Si, sono io. Ho sognato il mare stanotte, volevo raccontartelo."

"Davvero?"

"Ho dentro di me il ricordo di quelle estati serene. Sai, pensandoci bene è solo un sogno. Non sono mai esistite quelle estati. La mia vita è sempre stata tutta un sogno. Intendo che la mia vera essenza è stata sempre e solo quella onirica, quella immaginata. La realtà è stata solo una grande delusione e un'attesa continua."

"Un'attesa di cosa?"

"Che i sogni si trasformassero in realtà. Ma questo desiderio è sempre stato solo una vana attesa."

"C'è tanta voglia di vita in te, Giovanni. Devi esprimerla."

"Hai ragione. Sai cosa intendo fare?"

"Cosa?"

"Ho deciso, finalmente, di telefonare a quella ragazza che ho conosciuto e che mi piace da impazzire. Voglio invitarla ad uscire."

"Bravo! E' un passo verso la vita."

"Ciao."

"Ciao."


Giovanni intende telefonare tra un po', ora è stanco e deve raccogliere le energie e il coraggio; è troppo inviluppato nel torpore, ora.


Passa un'ora, la camera è avvolta nel silenzio.

"Ciao."

"Ciao."

"Ti va di uscire?"


Giovanni trova il coraggio, si veste e varca la porta di casa. Va incontro alla vita.


Una terrazza sul mare, una brezza leggera, un sole rosso fuoco incastonato nel cielo violetto del tramonto. Le note di Summertime fuoriescono dal clarinetto di Sydney Bechet. Giovanni danza stringendo una donna bellissima. 


E' la vita, l'estate tanto attesa.


La stanza è avvolta in una penombra triste. Una lampada dal paralume scarlatto riverbera chiarori purpurei che mostrano appena dei dettagli del grande quadro dal malinconico paesaggio agreste appeso alla parete sopra al letto. La grande libreria ricolma di libri domina la stanza con la sua oscura, spaventosa mole. La tv è spenta. Sul letto giace Giovanni, addormentato placidamente. Nessun incubo lo inquieta. Sogna dolcemente. 



martedì 26 maggio 2009

Frammenti, memorie, bozze e pensieri sparsi per il mondo (2)

Da che ricordo, ho sempre pensato al viaggio come alla panacea dei travagli interiori: solvitur ambulando.
Guardandomi dentro scorgo un'infinità di luoghi, strade, cieli: un'intricata mappa delle mie fughe.

Ho sempre pensato che spostarsi fosse una liberazione. Quale libertà nascere a nuova vita! Un libro con pagine bianche tutte da scrivere!
Quante volte, soffocato in luoghi angusti e in prigioni dell'animo, ho sognato nuovi orizzonti. Insaziabile di scoperte! Il fascino e il timore di una nuova esistenza tutta da scrivere!

Ho sempre pensato a me stesso come ad un pellegrino in cammino verso una terra promessa nella quale tornare ad essere embrione e poi guardare alla nuova vita con l'entusiasmo di un bambino sempre pronto a meravigliarsi.

Ho sempre pensato alla vita come ad una cartina stradale fitta di linee di diverso colore.
Ciascuno sceglie la propria strada e i più finiscono con lo stanziarsi.
La mia irrequietezza interiore sembra impedirmi di trovare il luogo giusto dove fermarmi; il mio istinto mi porta a vagare, a camminare, esplorare, imboccare una strada e poi deviare, tornare indietro e cambiare percorso. Sempre in cammino su strade in salita ed altre in discesa.
Probabilmente potrò sembrare privo di buon senso: non me ne rammarico, il buon senso lo lascio senza rimpianti agli altri. Io ho sempre trovato più rassicurante immaginare di avere a disposizione l'infinita rete di strade di questo mondo e pensare che tutto ciò di cui ho bisongo è avere il coraggio di calzare un paio di scarpe e andare...
Sono un vagabondo dell'animo, non riesco ad immaginarmi se non tra vasti orizzonti...

dai taccuini Moleskine,
maggio 2009

lunedì 18 maggio 2009

Frammenti, memorie, bozze e pensieri sparsi per il mondo (1)

Ciò che più vividamente ricordo dei miei viaggi nel ventre della terra, mentre percorrevo la città per giungere alla prigione del mio animo, sono le facce verdi degli sconosciuti e sempre diversi passeggeri con i quali condividevo il tempo del viaggio.
Avevano il volto verde, come degli alieni...
Suppongo che la mia immaginazione anarcoide abbia proiettato il mio stato d'animo nel pallore estremo dei miei "compagni di viaggio".
Già, perché guardando il mio stesso volto riflettersi nel finestrino della carrozza, riconoscevo quella stessa espressione e quel colorito verdastro che associavo al volto degli altri passeggeri.

Della mia stagione all'inferno ricordo anche altro. Ricordo che nella mia mente rimbombava il suono di una domanda: "Cosa ci faccio qui?"
Già, l'interrogativo a cui prima Rimbaud e poi Chatwin (ma immagino davvero molti altri, ad esempio Jack London...) hanno tentato di rispondere per tutta la vita.
Ecco, risuonava questa domanda nella mia mente mentre ero rinchiuso tra le quattro mura del conformismo ed accecato dai neon della meschina cultura dell'apparenza e della miseria interiore.
L'unica risposta che riuscivo a darmi era: "fuggire".
Stavo vivendo una vita non mia, dovevo riappropriarmi della mia esistenza!

La fuga, il gran tema della mia vita. Non già la fuga come atto di codardia ma come atto di liberazione; come svolta!
Rimbaud scrisse: "Il mondo cammina, perché non dovrebbe svoltare?"
"Perché la mia vita non dovrebbe svoltare?" mi domandavo e immaginavo la fuga dalle sabbie mobili di una vita che non sentivo appartenermi.

Attraversavo il ventre oscuro della città e sognavo l'immensità delle strade che avrei potuto solcare, liberandomi finalmente!

Mettersi in cammino, assecondare la potente dea Irrequietezza che domina la mia vita.
Mettersi in cammino e liberarsi, vivere la vita come continua festa della liberazione dell'io...



dai taccuini Moleskine,
maggio 2009
 
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